GIULIETTA NELL’ALFA ROMEO

In verità, le cose non andarono come vi hanno raccontato… Altro che Verona, Montecchi, Capuleti, Mercuzio, il fazzoletto e via discorrendo…
William Shakespeare, il celeberrimo drammaturgo inglese, venne per la prima volta a Napoli nel millecinquecentosettantaquattro, ancora non aveva scritto un cazzo e nessuno se lo cacava. Aveva da poco compiuto dieci anni e non aveva ancora infilato la lingua nella cavità orale di nemmeno una coetanea. Cioè, lui già un paio di botte a qualche british lady da mo’ che avrebbe voluto piazzarle, ma si diceva sempre tra sé e sé che «non bisogna fare il passo più lungo della gamba. Se no si resta zoppi. Devo avere pazienza. Partiamo dai baci e poi arriveranno le ficcatine».
Eppure lui ci provava con tutte, belle o brutte, vecchie o coetanee, ricche o povere, bianche o nere. Questo a lui non importava, riteneva che provandoci con tutte, per la legge dei grandi numeri, prima o poi qualche giovine donzella gli avrebbe concesso una gita nei "paesi bassi".
Il piccolo William Shakespeare moriva solo dalla voglia di capire. Era sempre stato un ragazzino curioso, ma ‘sta storia del bacio e delle ficcatine non la riusciva proprio a comprendere. Voleva provare sulla sua pelle.
E così quando venne a Napoli lui incominciò a provarci con tutte. E fin da subito cominciò a prendere mazzate che nemmeno Achille poteva nulla. Le vaiasse napoletane sono a metà tra Ken il Guerriero e André The Giant. Un ibrido tra Megatron dei Transformers e Marisa Laurito. Ché le vaiasse si chiamano vaiasse, ma si chiamano anche vasciaiole ovvero "donna abitante del basso" (si pronuncia vascio), che è una casa ricavata dal pianterreno dei palazzi al livello della strada. Insomma non so se sono stato sufficientemente chiaro.
Alla fine della giornata, il piccolo William Shakespeare, grondava sangue pure dai brufoli. E se ne stava tornando dai suoi, quando vide una ragazza bellissima, bionda, con una lunga treccia che sfiorava la strada, occhi celesti. Rimase senza fiato per un attimo.
L’attimo dopo la sua mano destra si posò, con tutte le cinque dita aperte, a mo’ di ventaglio, sulla chiappa sinistra della giovane puledra.
Si sentì un rumore fino a Pompei, tant’è vero che il Fauno pensò che fosse di nuovo esploso il Vesuvio e assunse, per quel motivo, la sua tipica posizione.
Shaky, così amava farsi chiamare il non ancora drammaturgo, aveva ricevuto sulla guancia sinistra, dalla mano destra della bionda, stesa anch’essa a mo’ di ventaglio, un pacchero che avrebbe steso a tappeto pure Mike Tyson. E mentre scappava più veloce di Patrizio Oliva, quando ormai era già lontano, sentì una voce: «Belloooooooooo».
Shaky si voltò. Era la giovane puledra che con un nitrito degno del miglior Furia il cavallo del west, lo richiamo a sé con un semplice gesto della mano.
Shaky si avvicinò con sospetto, e non disse nulla. Aspettò che fosse la puledra la prima a parlare.
«Bello, tu le mani in culo, ce le metti a quella cessa di tua madre».
«What?», chiese lo scugnizzo inglese, che teneva ancora l’orecchio che gli rintronava. Lei ripetè tale e quale, aiutandosi con dei gesti
«Mi scusi, signorina. È che lei è così bella».
«Ah, sì? Trovi?».
In realtà la puledra era completamente l’antitesi della bellezza. Era tutto ciò che una donna non dovrebbe essere. Perché è vero che aveva i capelli biondi e gli occhi celesti, ma è anche vero che le tette le penzolavano verso le ginocchia e gli occhi sembravano infilati a casaccio nei bulbi. Si muovevano come gli occhi delle bambole, uno da un lato e l’altro in direzione opposta. Tipo Cicciobello Bua. Inoltre la giovane puledra pesava centosettantadue chile e mezzo.
«Assolutamente sì, signorina. Lei è bellissima».
«Grazie assai, ma tu come ti chiami bello ciovine?».
Si accorse solo allora, sulla parola "ciovine", di un leggero difetto di pronuncia: al posto delle "g", la puledra emetteva una "c", dal suono deciso, di probabile derivazione teutonica, rimarcata dal contemporaneo arricciamento delle labbra.
«Mi chiamo William Shakespeare, ma mi chiami Shaky, la prego».
«Figuratevi, io vi posso pure chiamare Ciuseppina, o Maria Rosaria, poco mi cambia. Senti Shakkuati…».
«No, signorina. No Shakkuati, Shaky. Mi chiami Shaky».
«Vabbè, come ti chiami, ti chiami. Stammi a sentire. Quanti anni hai?».
«Dieci anni, signorina».
«Bene bene, ce li hai cià i peli pubblici?».
«Come scusi?».
«I peli pubblici, ce li hai?».
«Non credo di avere i peli pubblici, signorina. Ma, se lei mi consente, io credo che lei voglia intendere i peli pubici».
«Quelli sul cazzo! Come li chiamate voi, ciovano’?».
«Pubici, pubici. Beh… comunque sì», disse fiero il piccolo Shaky, «proprio ieri me n’è spuntato un altro ciuffetto sul testicolo destro».
«Buono buono. E allora si può fare».
«Si può fare cosa?», chiese il piccolo.
«Tu te la vuoi fare una zunghetenzata con me?».
«What?».
«Come si dice trombare, in inglese?».
William Shakespeare nemmeno aveva capito con precisione cosa stava accadendo che già si stava appiccicando con la lampo, che statisticamente si blocca sempre quando non si deve bloccare.
«E mammia mia del Carmine! E come state! Non sapete manco come mi chiamo! Cià c’avete le voglie. Che tori questi ciovani d’occi!».
«È vero, gentile signora. Mi sono lasciato trasportare dagli istinti. Mi perdoni. Qual è il suo nome, signorina?».
«Ciulietta».
«Giulietta, bel nome».
«No, Ciu, Ciu, Ciulietta. Con la c di cenova».
«Capisco signorina».
«Ciulietta, come l’Alfa Romeo».
«L’Alfa?».
«Romeooooo! Scusate, ma voi che macchina tenete?».
Giulietta, Alfa Romeo… mi sta venendo l’ispirazione per una storia d’amore.
Il giovane Shaky pensò istantaneamente a una storia. A una tragedia.
Poi chiese: «Giulietta, mi dica qual è la sua città preferita? La prego».
«Guarda, a me mi piacciono un poco tutte quante: Acerola, Ciugliano, San Ciorcio a Cremano, San Ciuseppe Vesuviano… una sola mi fa schifo, Verona. Ci sta di casa mio suocero e io lo schifo troppo a quello».
Verona.
Sì. Era la città giusta.
«La ringrazio, signorina. Lei mi farà diventare ricco. Mi ha dato un’idea favolosa. Ora la facciamo una ficcatina?».
«Tutte le ficcatine che vuoi tu, ciovane. Sono venti soldi a botta».
«Ma come, signorina. Ma allora lei… lei è una peripatetica?».
«Che sono io?».
«Una peripatetica».
«Una puttana, Shkakkati».
«Shaky, signorina».
«Sì, sì».
«Ma io non ho un soldo con me».
Fu in quel preciso istante che il volto di Giulietta assunse forme apocalittiche. Dal naso cominciò a fuoruscire un denso fumo nero, le mani cominciarono a tremare, la testa prese a ruotare su se stessa. Poi si udì un suono gutturale, sordo, provenire dalla gola della giovane puledra. Seguì uno scavino con la lingua. E in meno di un secondo il piccolo William Shakespeare, per gli amici Shaky, si ritrovò sommerso da un liquido verde dall’altissimo tasso di vischiosità. Per un attimo assomigliò a Slimer, il fantasma-aiutante dei Ghostbusters.
E tutto finì lì. Nel muco amarognolo di Giulietta.
Ma Shaky era felice.
«Nel mio romanzo, vestendo i panni di Romeo, le farò la festa a Giulietta, magari in qualche piazzola della tangenziale, dentro ad un’Alfa sud. E se diventerò uno scrittore famoso, con tutti i soldi che guadagnerò con i diritti d’autore, verranno loro da me per farsi fare la festa. Sì ho deciso. Ho anche il titolo della mia opera. La chiamerò Romeo e Giulietta».
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Stai leggendo “GIULIETTA NELL’ALFA ROMEO,” un articolo di Il Blog di Ciro Marino
- Pubblicato::
- 22.10.09 / 12pm
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